lunedì 16 aprile 2012

COME FA (domenica 22 marzo 2008)

© Franco Donaggio - Reflections


















Come fa la tua testa a non farmi guardare dove cammino?
Rimango con il naso in su a guardare le nuvole, il cielo
E i gabbiani che volano bassi e urlano uno all’altro
Specchiandosi sul canale, tra le barche ferme ai lati
Senza direzione, senza intenzione.
Sono un gabbiano anch’io:
Volo a rotta di collo sull’acqua
Solo per il piacere di vedermi specchiata
E urlo di gioia, impazzita assieme agli altri
Quando stiamo per scontrarci,
Per la nostra comune pazzia narcisista,
Per il piacere di sentire sul becco e tra le piume
Delle ali, della pancia e del dorso
L’acqua ariosa che ci entra dentro,
Senza neppure toccarci,
Senza neppure farci toccare.

Come fa la tua presenza a continuare da tanto lontano?
Sei le nuvole blu nel tramonto rosa
Che voglio vedere ancora mentre volo
Su questo mercurio denso e lucido,
Così denso d’insidie,
Così lucido d’attrazione.
Mi piace volare sul pelo dell’acqua,
Sentire come la tua presenza
Mi sfiora gentilmente con le morbide onde
Della scia di una placida barca
Che col borbottare stanco del suo motore
Lascia un’altra doppia scia di fumo al cherosene
E lo scontro gentile di queste anse sulla fondamenta
Fa saltare fuori poche gocce della tua presenza.

Come fa la tua assenza a percepirsi così bene?
L’aria tersa di questa giornata di volo
Mi fa vedere le montagne lontane
Con le cime piene di neve
Ferma il mio volo di autocompiacimento
Sulla cima di un palo nell’acqua
Mi aiuta ad ascoltarmi,
Mi fa venire voglia di ascoltarmi,
Mi fa godere dell’ascoltarmi,
Per capire quello che sento
Così dentro le mie stesse viscere
Che ora non smettono più di chiamarti,
Di voler percepire la bellezza in ogni cosa.
La neve a migliaia di kilometri
Riflette lo stesso sole che scalda tutto il pianeta
E ribadisce la nostra vicinanza indimenticabile.
Il freddo di quest’aria pungente
Entra come una lama nelle mie narici:
Sto respirando le montagne lontane, la tua presenza,
la tua lontananza, la tua testa.
Respiro la tua stessa aria che vuoi mantenere lontana.
Ma le mie ali mi permettono solo di accettarlo
Come si accetta un fatto irreversibile, o la morte o la vita
Così come si presenta davanti ai nostri occhi
Davanti alla nostra stessa vita.

Come fa la tua voce a risuonare muta in ogni luogo?
Eppure scuote le foglie degli alberi,
spaventa i passerotti e i gatti,
richiama l’attenzione di ogni persona
strappa un sorriso nel sovrappensiero
attira i delfini e fa soffrire i cani,
risveglia dal torpore della noia e della tristezza,
dall’eccesso di concentrazione, dalla rabbia.
Le tue poche parole lontane nello spazio e nel tempo,
Le tue parole mai pronunciate
Staccano valanghe dall’altra parte del mondo,
Rompono bicchieri di cristallo a bordo del Titanic,
Sono il terremoto nel Giappone del ’23,
Il crollo della diga del Vajont,
Sono il coraggio di difendersi, di urlare la propria ragione
Dopo anni di umiliazioni ingiuste,
Sono la porta che non era mai stata aperta
E che ora non si può più chiudere,
della stanza che mai avrei creduto di possedere.
Le tue parole rompono gli specchi
Ed i mille pezzi infranti s’incastrano nella pelle
Tagliano le dita, le mani, le braccia, la gola, le vene.
Ma tra il mare di mercurio rosso e ferroso
Che lascia il mio corpo
Vedo me stessa riflessa in ogni singolo frammento
E bacio il taglio che mi ha ridato la vita.

mercoledì 15 febbraio 2012

GABIMATRABAS


Come potrei iniziare un viaggio adesso? 
Eppure mi muovo, e se mi muovo, sto viaggiando.

Oggi la luce mi ha svegliata prendendomi tra le sue braccia. L’acqua mi ha lavato il sonno dagli occhi. Il vento mi ha coccolata e pettinata. Le piante mi hanno accuratamente vestita.

Tengo un parasole sulla mia testa perfettamente acconciata, che dondolo facendo ondeggiare i pettini tra le ciocche. Con l'altra mano, tengo un lembo del mio lungo vestito a strati, fermato da una spessa e lunga cintura. I miei piedi rigidi sugli zoccoli si muovono veloci a passi brevissimi.
Sono sempre più veloce e agile: le mie gambe si curvano e ruotano leggere, come una bicicletta. Prendo confidenza e man mano velocità. Alzo polvere, l'odore della benzina in me mi eccita, mi esalta.
Corro sempre di più, ho bisogno di scappare mentre le luci si riflettono su di me.
Il vento mi inebria mentre mi defilo a perdifiato sulle rotaie del mio cammino, e non mi curo più di niente e di nessuno: i passeri si spaventano al mio passaggio, i gatti si nascondono con le orecchie piegate prima che chiunque altro si accorga di me.
Devo accelerare, devo vincere questa sfida: far perdere le mie tracce, libera finalmente!
Ora un pendìo mi provoca, ed io non manco di giocare: mi lascio andare, non temo il precipizio, rido mentre mi preparo allo schianto...
E invece no! Nessun impatto se non con l'aria, che mi fa continuare questo viaggio.
Ora urlo di gioia: la rapidità mi fa abbracciare lo spazio fino all'orizzonte, più urlo e più accelero!
L'impatto col puro spazio aperto mi scioglie la veste, mi disfa l'acconciatura: il mio essere si espande attorno a me, che sto volando come un razzo sulla superficie dell'oceano. I miei capelli lunghissimi toccano le onde che mi attirano pesanti.
Plano sul pelo dell'acqua, man mano che m'impregno di vita salina, continuando la mia corsa, spinta dal vento.
Poco a poco mi calmo, il mio cuore non rischia più l'infarto e mi lascio portare dall'aria che gonfia le mie vesti e i miei capelli.
Sono comunque emozionata: non m'importa più di fuggire, anche se rimane di me uno strascico superficiale, che si disperde poco a poco.
Placida, mi fermo a guardare il sole che tramonta.
Mentre lo guardo, invidio la sua lentezza brillante e regolare: lo spettacolo è talmente perfetto che mi immedesimo in esso.
Con gli occhi gonfi di gratitudine, scendo giù assieme a quell’astro morente, e la mia visione diventa sempre più liquida.

Questa notte il buio mi ha accolta tra le sue braccia. L’acqua mi ha calmata e cullata.
Le onde mi hanno sciolto e pettinato i capelli e le alghe mi hanno coperta.

La mia discesa raggiunge l'oscurità dell'abisso.
Mentre i pesci mi fanno il solletico tra i capelli, sorrido guardando il gentile tondo sfocato della luna che inizia ora il suo viaggio.

domenica 12 febbraio 2012

Non so (mercoledì 16 aprile 2008)



Non so,
ho una melodia nelle orecchie
continua ad andare
come onde
mi fa sussurrare a bocca chiusa
mi fa prendere ogni pensiero
e renderlo immagine
ogni giorno, ogni momento
in cui sono da sola
cammino per andare a lavoro
per tornare a casa
un passo e poi un altro
mi ritrovo con una musica
che segue i miei passi
impigliata nelle mie scarpe
nella mia ombra che cammina
la mia testa dondola
con un ritmo che è dentro di me
salgo i ponti
un gradino dopo l’altro
mi immagino a camminare
in una notte buia
scendo il ponte e continuo a camminare
ecco le parole
seguono la musica
seguono i passi
guardo i passanti
osservo le loro espressioni
e la musica continua
sussurro la musica
sussurro le parole
che nascono nella mia testa
che provengono dal mio corpo
respiro il sole, le onde nel canale
i gabbiani che urlano e volano
i bambini vanno o tornano da scuola
bambini che sorridono
bambini che piangono
anche io sorrido e piango
con loro
cammino ancora
ho una destinazione
ma la canzone mi dice che andrà avanti
un passo dopo l’altro
così anche lei continua
dentro di me,
impigliata nei miei piedi
nei miei capelli
nelle dita che sentono l’aria
nelle ciglia che vedono la primavera
in ogni mia azione
in ogni cosa che osservo
le persone che mangiano ai tavolini
dei ristoranti al sole
stranieri che parlano discorsi incomprensibili
genitori con bambini
studenti del liceo che camminano insieme
parole che continuano
attorno a me
come passi
come onde
sorrisi, sguardi, azioni
tutto si riflette attorno a me
mille specchi
mille soli
mille fuochi
mille suoni
mille musiche

Ti ho sognato stanotte



Ti ho sognato stanotte.
Sognavo che mi avvicinavo a te, con grande desiderio e speranza, ero sicura che avrei trovato quello che cercavo, quello che sempre mi hai dato.
Ti ho preso il viso tra le mani e mi sono avvicinata al tuo orecchio e ti ho detto: Per favore, fammi male.
Mi hai guardata, hai sorriso, con un'espressione di un padre che si preoccupa per la figlia e le sta per comprare un regalo per farle andar via la tristezza, e hai detto: Sì, ci penso io. Ma ricordati, io sono l'unico che sa farti male veramente, solo di me ti puoi fidare.
Continuando a fissarti, la felicità era talmente forte che ho iniziato a piangere ad occhi spalancati.
Piangevo, mi scoppiava il cuore mentre mi mettevi le manette.
Ti ero infinitamente grata mentre mi attaccavi ad un chiodo a braccia in su, completamente immobilizzata.
Lacrime calde e grosse mentre iniziavi il tuo gesto d'amore privo di contatto: ad ogni frase che mi dicevi sottovoce, una lacrima.
La tua espressione cambiata in sarcasmo, le tue frasi taglienti mi squartavano dentro.
E' vero, solo di te mi posso fidare.

Inchiostro

© Half--the--Fun

Scrivo con una penna ad inchiostro.
Le parole scivolano sulla superficie del foglio,
escono dalla mente e dal cuore come da una sorgente infinita
si trasformano in forme dalle curve morbide come anse
ed in righe dritte e feroci come dighe e alberi caduti.
L'acqua scorre densa di vita, di pensieri, di parole e di sentimenti,
ora placida e gentilmente affettuosa, amante,
ora impetuosa e dirompente, assassina.

Questo fiume è solo mio, è la mia solitudine, è il mio monologo.
Nessuno commenta, nessuno consiglia e conforta.
Solo io e me stessa, la mia acqua dolce che diventa mare di golfo e poi oceano.
Da anni avevo perso la via per questo corso d'acqua.
Ma ora che l'ho ritrovato, temo di riperderlo o di perdermi in esso.
Il tempo a specchiarmi da questa canoa leggera pare infinito.

Mi osservo, io e la mia gemella parliamo senza voce.
E' strano confrontarmi con me stessa,
sembra di essere in un altro mondo, un pianeta a parte:
regna il silenzio, solo l'acqua parla con un infrangersi di mille echi
Se provo ad emettere parole, esce solo musica con forte riverbero
E la mia gemella mi osserva sorridendo.

Ho paura di lei, e lei lo capisce.
Ci guardiamo tristi e sospettose,
allunghiamo la mano ma fra di noi l'acqua riempie i nostri occhi
Non posso toccare con mano me stessa
Osservo il cielo riflesso sull'acqua con le sue nuvole e colori
Capiamo che siamo distanti, in realtà
Due mondi distinti e incollegabili se non da quest'acqua.
Il fango, le foglie ed i pesci rompono l'immagine riflessa a tratti
L'evidenza della lontananza è anche nel sogno.

Mi ritrovo a fissare questo lungo corso di liquide parole scritte
Gli occhi spalancati in una visione irreale
Me ne distacco, faccio altro, un the, della musica...
Questo rapporto con me stessa è faticoso, non riesco a sopportarlo a lungo.
Me ne dimentico, appoggio la tazza sul foglio, una canoa allagata sul fiume.
Appena bevo ancora il the, vedo la chiazza tonda sulle mie parole...
Si è formato un sole infuocato sul mio fiume, un cerchio di foglie su una foresta di parole.
Mi ipnotizzo ancora a guardare questo fiume e me stessa riflessa,
il mio monologo mi guarda, la mia solitudine è la mia stessa compagnia.
Nulla mi distrae, mi concentro e penso.
Non riesco più a scrivere, la mia gemella mi fissa e ci capiamo
Vorremmo non essere così lontane, così sole, così incapaci di comunicare direttamente
Ci prendiamo per mano nell'acqua, lungo le morbide onde della canoa
La scia del mio percorso e lei che mi segue
Siamo sempre soli in questo mondo, in noi stessi...
La mano liquida mi stringe in risposta alla mia
I nostri sguardi diventano liquidi e beviamo l'uno quello dell'altra
Goccia dopo goccia
Ben presto arriva un acquazzone che cancella poco alla volta la me d'acqua
Addio, a presto, addio mia unica comprensione

Mi sveglio da quel sogno, scoprendo di essermi addormentata sulle mie parole
La piccola radura di foglie coperta da un sole di fuoco
Ora aveva anche un lago, una nuvola, un ghiacciaio, una montagna
Le mie lacrime avevano dato forma alle mie parole
La mia me riflessa era là a guardarmi.


L'abbraccio



12 febbraio 2012

Quando le ombre della giornata
tagliano il mio fragile umano cuore,
prendo coraggio solo 
nel tuo abbraccio.
Non puoi avvicinarti?
Il tuo sorriso e il tuo sguardo 
sono l'abbraccio.
Non puoi raggiungermi?
Le tue parole 
sono l'abbraccio.
Non sai cosa dire?
I tuoi gesti 
sono l'abbraccio.
Devi fare altro?
Le parole che usi per dirmi che mi vuoi bene 
sono l'abbraccio.
Non mi vuoi bene?
I pensieri di te 
sono l'abbraccio.
Perché tu sei in me.
Perché io sono te.

domenica 29 gennaio 2012

Ritratti della "senzatettitudine"

"Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior." 
(Via del Campo - F. De Andrè)
©Lydia Bailey in Portraits of Homelessness

Mi hanno sempre colpito i senzatetto. E ora più che mai.
In questa Italia malata, pregna di raccomandazioni anti-meritocratiche.
In questo Nordest, invischiato nel perbenismo borghese.
Posso avere le mani sporche da laureata?
Posso essere senza casa, dopo un master?
I miei capelli spettinati, le mie scarpe usate, i miei vestiti sempre uguali, mi rendono ancora essere umano?
Dietro i giorni di sporco, dietro la malattia, dietro il dolore, c'è ancora un essere umano. Che uomo è?
Gli parlereste mai? Gli chiedereste come sta? E magari non lo fate perché avete paura che lui abbia bisogno di qualcosa che voi potete dargli senza problemi?
Mi sono sempre chiesta perché un senza tetto da così tanto fastidio a un borghese (chi ha un lavoro e vive per esso). Ora forse l'ho capito.
La differenza sta nel fatto che il borghese segue la filosofia del "guarda, passa e più non dimandare".
Ma non potrà mai ignorare l'inferno, e se lo porterà dentro.
Il senzatetto invece è un re nel suo regno: di chi lo ignora, si dimentica immediatamente e non se ne ricorderà mai. Anche perché non è paradiso, ciò che lo ha ignorato.