sabato 28 aprile 2012

Ti odio (?) (8 Settembre 2005)

Soleà - Odi Et Amo



















Vorrei essere su un altro pianeta
Lontano da te
Un altro paese, parlare un’altra lingua
Non incontrarti mai
Non capirti se dovessi rivolgermi la parola
Vorrei essere un animale
Per non capire le tue parole e nessuno dei tuoi comportamenti
Lottare per sopravvivere ma in assoluta libertà
A cuore libero da inutili malumori, rimpianti, falsità
E invece sono qua a contemplare
I limiti della mia sopportazione
Senza saper cambiare nulla
A vivere di ricordi e speranza

VENERDI’ (17 Novembre 2006)

Valentino Marra - Travel in the colours























Giri di parole,
Parole a giri
Ripeto e ripeto,
Paranoia pura
Siamo tutti uguali,
Siamo tutti diversi
Qual è la verità
Qual è la bugia
Qual è il segno che esprime i pensieri
Il simbolo o il suono
La linea o il punto
Un’immagine ferma o in movimento?

Viaggiare mi consola
Mi rende più sicura
Mi fa quasi toccare
Con mano la vita concreta.
Per mezzo dello shock del movimento
Tutto corre e sfugge al pensiero
Non pensiero, non paura
Vero entusiasmo.

Partire mi angoscia
Sono sola davanti alla preparazione
Dei miei mezzi
Mi ritrovo persa
Scopro che la mia vita
È un labirinto di ciò che ho costruito
Ma che non riconosco.

I colori mi accarezzano
E le immagini
Create dalla mia fantasia
Mi abbracciano e mi baciano
Unico affetto possibile.

Maggio (17 maggio 2008)




Ohara Koson
Maggio

Sera sola

Aria fresca

Piena di foglie

Stelle

Estate bambina

Lucciole nei cespugli

Passeggiate col gelato

Erba fresca sulle caviglie

Vestiti leggeri

Nascondino e risate

Rosario e cori stonati

Salve regina mater misericordiae

Nelle strade e nei prati

Candele in mano

Bambini, nonne e genitori

Ali sulla mia schiena

Sono morta

Finché domani mi sveglio


lunedì 16 aprile 2012

COME FA (domenica 22 marzo 2008)

© Franco Donaggio - Reflections


















Come fa la tua testa a non farmi guardare dove cammino?
Rimango con il naso in su a guardare le nuvole, il cielo
E i gabbiani che volano bassi e urlano uno all’altro
Specchiandosi sul canale, tra le barche ferme ai lati
Senza direzione, senza intenzione.
Sono un gabbiano anch’io:
Volo a rotta di collo sull’acqua
Solo per il piacere di vedermi specchiata
E urlo di gioia, impazzita assieme agli altri
Quando stiamo per scontrarci,
Per la nostra comune pazzia narcisista,
Per il piacere di sentire sul becco e tra le piume
Delle ali, della pancia e del dorso
L’acqua ariosa che ci entra dentro,
Senza neppure toccarci,
Senza neppure farci toccare.

Come fa la tua presenza a continuare da tanto lontano?
Sei le nuvole blu nel tramonto rosa
Che voglio vedere ancora mentre volo
Su questo mercurio denso e lucido,
Così denso d’insidie,
Così lucido d’attrazione.
Mi piace volare sul pelo dell’acqua,
Sentire come la tua presenza
Mi sfiora gentilmente con le morbide onde
Della scia di una placida barca
Che col borbottare stanco del suo motore
Lascia un’altra doppia scia di fumo al cherosene
E lo scontro gentile di queste anse sulla fondamenta
Fa saltare fuori poche gocce della tua presenza.

Come fa la tua assenza a percepirsi così bene?
L’aria tersa di questa giornata di volo
Mi fa vedere le montagne lontane
Con le cime piene di neve
Ferma il mio volo di autocompiacimento
Sulla cima di un palo nell’acqua
Mi aiuta ad ascoltarmi,
Mi fa venire voglia di ascoltarmi,
Mi fa godere dell’ascoltarmi,
Per capire quello che sento
Così dentro le mie stesse viscere
Che ora non smettono più di chiamarti,
Di voler percepire la bellezza in ogni cosa.
La neve a migliaia di kilometri
Riflette lo stesso sole che scalda tutto il pianeta
E ribadisce la nostra vicinanza indimenticabile.
Il freddo di quest’aria pungente
Entra come una lama nelle mie narici:
Sto respirando le montagne lontane, la tua presenza,
la tua lontananza, la tua testa.
Respiro la tua stessa aria che vuoi mantenere lontana.
Ma le mie ali mi permettono solo di accettarlo
Come si accetta un fatto irreversibile, o la morte o la vita
Così come si presenta davanti ai nostri occhi
Davanti alla nostra stessa vita.

Come fa la tua voce a risuonare muta in ogni luogo?
Eppure scuote le foglie degli alberi,
spaventa i passerotti e i gatti,
richiama l’attenzione di ogni persona
strappa un sorriso nel sovrappensiero
attira i delfini e fa soffrire i cani,
risveglia dal torpore della noia e della tristezza,
dall’eccesso di concentrazione, dalla rabbia.
Le tue poche parole lontane nello spazio e nel tempo,
Le tue parole mai pronunciate
Staccano valanghe dall’altra parte del mondo,
Rompono bicchieri di cristallo a bordo del Titanic,
Sono il terremoto nel Giappone del ’23,
Il crollo della diga del Vajont,
Sono il coraggio di difendersi, di urlare la propria ragione
Dopo anni di umiliazioni ingiuste,
Sono la porta che non era mai stata aperta
E che ora non si può più chiudere,
della stanza che mai avrei creduto di possedere.
Le tue parole rompono gli specchi
Ed i mille pezzi infranti s’incastrano nella pelle
Tagliano le dita, le mani, le braccia, la gola, le vene.
Ma tra il mare di mercurio rosso e ferroso
Che lascia il mio corpo
Vedo me stessa riflessa in ogni singolo frammento
E bacio il taglio che mi ha ridato la vita.

mercoledì 15 febbraio 2012

GABIMATRABAS


Come potrei iniziare un viaggio adesso? 
Eppure mi muovo, e se mi muovo, sto viaggiando.

Oggi la luce mi ha svegliata prendendomi tra le sue braccia. L’acqua mi ha lavato il sonno dagli occhi. Il vento mi ha coccolata e pettinata. Le piante mi hanno accuratamente vestita.

Tengo un parasole sulla mia testa perfettamente acconciata, che dondolo facendo ondeggiare i pettini tra le ciocche. Con l'altra mano, tengo un lembo del mio lungo vestito a strati, fermato da una spessa e lunga cintura. I miei piedi rigidi sugli zoccoli si muovono veloci a passi brevissimi.
Sono sempre più veloce e agile: le mie gambe si curvano e ruotano leggere, come una bicicletta. Prendo confidenza e man mano velocità. Alzo polvere, l'odore della benzina in me mi eccita, mi esalta.
Corro sempre di più, ho bisogno di scappare mentre le luci si riflettono su di me.
Il vento mi inebria mentre mi defilo a perdifiato sulle rotaie del mio cammino, e non mi curo più di niente e di nessuno: i passeri si spaventano al mio passaggio, i gatti si nascondono con le orecchie piegate prima che chiunque altro si accorga di me.
Devo accelerare, devo vincere questa sfida: far perdere le mie tracce, libera finalmente!
Ora un pendìo mi provoca, ed io non manco di giocare: mi lascio andare, non temo il precipizio, rido mentre mi preparo allo schianto...
E invece no! Nessun impatto se non con l'aria, che mi fa continuare questo viaggio.
Ora urlo di gioia: la rapidità mi fa abbracciare lo spazio fino all'orizzonte, più urlo e più accelero!
L'impatto col puro spazio aperto mi scioglie la veste, mi disfa l'acconciatura: il mio essere si espande attorno a me, che sto volando come un razzo sulla superficie dell'oceano. I miei capelli lunghissimi toccano le onde che mi attirano pesanti.
Plano sul pelo dell'acqua, man mano che m'impregno di vita salina, continuando la mia corsa, spinta dal vento.
Poco a poco mi calmo, il mio cuore non rischia più l'infarto e mi lascio portare dall'aria che gonfia le mie vesti e i miei capelli.
Sono comunque emozionata: non m'importa più di fuggire, anche se rimane di me uno strascico superficiale, che si disperde poco a poco.
Placida, mi fermo a guardare il sole che tramonta.
Mentre lo guardo, invidio la sua lentezza brillante e regolare: lo spettacolo è talmente perfetto che mi immedesimo in esso.
Con gli occhi gonfi di gratitudine, scendo giù assieme a quell’astro morente, e la mia visione diventa sempre più liquida.

Questa notte il buio mi ha accolta tra le sue braccia. L’acqua mi ha calmata e cullata.
Le onde mi hanno sciolto e pettinato i capelli e le alghe mi hanno coperta.

La mia discesa raggiunge l'oscurità dell'abisso.
Mentre i pesci mi fanno il solletico tra i capelli, sorrido guardando il gentile tondo sfocato della luna che inizia ora il suo viaggio.

domenica 12 febbraio 2012

Non so (mercoledì 16 aprile 2008)



Non so,
ho una melodia nelle orecchie
continua ad andare
come onde
mi fa sussurrare a bocca chiusa
mi fa prendere ogni pensiero
e renderlo immagine
ogni giorno, ogni momento
in cui sono da sola
cammino per andare a lavoro
per tornare a casa
un passo e poi un altro
mi ritrovo con una musica
che segue i miei passi
impigliata nelle mie scarpe
nella mia ombra che cammina
la mia testa dondola
con un ritmo che è dentro di me
salgo i ponti
un gradino dopo l’altro
mi immagino a camminare
in una notte buia
scendo il ponte e continuo a camminare
ecco le parole
seguono la musica
seguono i passi
guardo i passanti
osservo le loro espressioni
e la musica continua
sussurro la musica
sussurro le parole
che nascono nella mia testa
che provengono dal mio corpo
respiro il sole, le onde nel canale
i gabbiani che urlano e volano
i bambini vanno o tornano da scuola
bambini che sorridono
bambini che piangono
anche io sorrido e piango
con loro
cammino ancora
ho una destinazione
ma la canzone mi dice che andrà avanti
un passo dopo l’altro
così anche lei continua
dentro di me,
impigliata nei miei piedi
nei miei capelli
nelle dita che sentono l’aria
nelle ciglia che vedono la primavera
in ogni mia azione
in ogni cosa che osservo
le persone che mangiano ai tavolini
dei ristoranti al sole
stranieri che parlano discorsi incomprensibili
genitori con bambini
studenti del liceo che camminano insieme
parole che continuano
attorno a me
come passi
come onde
sorrisi, sguardi, azioni
tutto si riflette attorno a me
mille specchi
mille soli
mille fuochi
mille suoni
mille musiche

Ti ho sognato stanotte



Ti ho sognato stanotte.
Sognavo che mi avvicinavo a te, con grande desiderio e speranza, ero sicura che avrei trovato quello che cercavo, quello che sempre mi hai dato.
Ti ho preso il viso tra le mani e mi sono avvicinata al tuo orecchio e ti ho detto: Per favore, fammi male.
Mi hai guardata, hai sorriso, con un'espressione di un padre che si preoccupa per la figlia e le sta per comprare un regalo per farle andar via la tristezza, e hai detto: Sì, ci penso io. Ma ricordati, io sono l'unico che sa farti male veramente, solo di me ti puoi fidare.
Continuando a fissarti, la felicità era talmente forte che ho iniziato a piangere ad occhi spalancati.
Piangevo, mi scoppiava il cuore mentre mi mettevi le manette.
Ti ero infinitamente grata mentre mi attaccavi ad un chiodo a braccia in su, completamente immobilizzata.
Lacrime calde e grosse mentre iniziavi il tuo gesto d'amore privo di contatto: ad ogni frase che mi dicevi sottovoce, una lacrima.
La tua espressione cambiata in sarcasmo, le tue frasi taglienti mi squartavano dentro.
E' vero, solo di te mi posso fidare.